Negli ultimi anni si sta sviluppando un’interessante riflessione nazionale ed internazionale sui beni comuni che coinvolge giuristi, economisti, cittadini, amministratori locali epolicy maker. Il dibattito è ancora molto aperto, a partire dalla definizione di beni comuni, si oscilla infatti tra interpretazioni molto estensive, in base alle quali la gran parte delle attività umane che hanno una rilevanza sociale possono essere considerate “beni comuni” ed interpretazioni restrittive che individuano solo alcune categorie di beni. (Scopri di più su: http://www.labsus.org/2016/05/beni-comuni-e-cooperative-di-comunita/)
Il buon senso ci porta a dire che i beni comuni sono quei beni che migliorano la qualità della vita dei cittadini ed arricchiscono la comunità. In questa prospettiva sono beni comuni i beni ambientali come l’aria, la terra, i boschi, l’acqua, la salute quindi la sanità ed i servizi di welfare, l’istruzione, la conoscenza, il patrimonio culturale ed artistico. Proseguendo in questo ragionamento anche il capitale sociale, la legalità, la sicurezza possono essere considerati “beni comuni”.

Spesso i beni comuni sono considerati in maniera astratta come fossero delle entità autonome capaci di generare effetti positivi o negativi sulla vita delle persone. L’esperienza del Regolamento sulla collaborazione fra cittadini e amministrazioni per la cura dei beni comuni, ci mostra invece come è possibile creare un legame duraturo e strutturato tra gruppi di cittadini attivi e alcuni determinati beni di interesse comune (Arena, 2015). In questa prospettiva i beni comuni assumono una dimensione estremamente concreta e divengono motori di cittadinanza attiva.


La governance dei beni comuni

Un elemento centrale nel dibattito sui beni comuni è legato al tema della governance e della gestione. Su questo fronte la Carta Costituzionale offre degli interessanti elementi di riflessione:
  • in primo luogo l’art.118 introducendo il principio di sussidiarietà, e stabilendo che lo Stato e gli enti locali “favoriscono la libera iniziativa dei cittadini, in forma singola o associata, per lo svolgimento di attività di interesse generale” crea, di fatto, le condizioni affinchè i cittadini attivi si impegnino direttamente nella cura dei beni comuni;
  • in secondo luogol’art. 43 nella parte in cui prevede la “possibilità di affidare a comunità di lavoratori o di utenti determinate imprese o categorie di imprese che si riferiscono a servizi pubblici essenziali o a fonti di energia o a situazioni di monopolio e abbiano carattere di preminente interesse generale” riconosce alle forme di autogoverno dei cittadini utenti e dei lavoratori un ruolo centrale nel perseguimento dell’interesse generale, pari a quello riconosciuto allo Stato ed agli enti locali.

Le cooperative di comunità

La forma cooperativa può rappresentare un’efficace modalità per il governo democratico dei beni comuni (Sacconi, Ottone 2015) e per la cura di quei beni rigenerati dai cittadini attivi che richiedono una gestione imprenditoriale e professionale. Particolarmente interessante, in questo orizzonte, è il ruolo che può essere svolto dalle cooperative di comunità.

Le cooperative di comunità sono imprese cooperative impegnate nella produzione o gestione di un bene o servizio, anche di proprietà pubblica o collettiva, in forma continuativa e professionale che perseguono l’obiettivo del miglioramento del benessere della comunità di riferimento e si caratterizzano per avere una governance aperta e partecipativa in cui hanno un ruolo attivo i cittadini o i beneficiari dei servizi.

Come evidenziato nel recente Libro bianco realizzato da Euricse (2016) le cooperative di comunità rappresentano un modello di cooperazione efficace per contrastare le recenti trasformazioni economiche e sociali che influenzano negativamente lo sviluppo sia delle comunità rurali sia delle comunità urbane.

Questo fenomeno, che sembra essere nuovo, in realtà è molto antico. Infatti già sul finire del diciannovesimo secolo erano diffuse in Italia alcune cooperative agricole, di credito ed elettriche che non perseguivano l’esclusivo interesse dei soci ma il più generale interesse della comunità in cui operavano, garantendo l’accesso ad una pluralità di servizi essenziali a tutti i cittadini. Esemplari sono in questa prospettiva le cooperative energetiche che in Italia, in Francia ed in Germania, si sono impegnate nell’elettrificazione di interi villaggi, spesso collocati in aree marginali, garantendo l’accesso alla rete elettrica a tutti gli abitanti del villaggio, senza escludere i cittadini che non erano soci della cooperativa.


Un bene comune esemplare: l’acqua

Negli ultimi decenni nella maggior parte dei paesi sviluppati lo Stato ha iniziato a ritirarsi dalla produzione diretta dei servizi pubblici attraverso l’apertura dei mercati alla concorrenza e le privatizzazioni. Le motivazioni dei processi di privatizzazione sono molteplici e variano da paese a paese. Quelle ricorrenti sono due: ragioni di efficienza e la presenza di vincoli finanziari che impediscono la realizzazione di nuovi investimenti.

La ritirata dello Stato ha prodotto un vuoto che è stato in molti casi colmato dal privato for profit, come, ad esempio, è accaduto in Italia. L’esperienza italiana della privatizzazione ha fatto emergere numerose criticità sia economiche sia di consenso da parte dei cittadini in quanto sono aumentate le tariffe dei servizi e non sempre sono stati garantiti gli standard di qualità promessi. L’opposizione dei cittadini ai processi di privatizzazione ha raggiunto il punto più alto con il referendum sull’acqua “bene comune” tenutosi nel 2011 in occasione del quale circa 27 milioni di elettori sono andati alle urne per abrogare norme che parlavano di “privatizzazione dell’acqua”.


Il ruolo della cooperazione nella gestione dei servizi pubblici locali

Ci sono numerose esperienze e studi, nazionali ed internazionali, che individuano nella cooperazione di comunità una possibile “terza via” nella gestione di alcuni servizi pubblici come ad esempio l’acqua. Questo perché le cooperative di comunità sono imprese private che possono garantire un’adeguata efficienza gestionale e gli investimenti necessari alla gestione efficace del servizio e sono, allo stesso tempo organizzazioni democratiche, aperte alla partecipazione dei cittadini attivi che da elettori si trasformano in imprenditori. Nelle cooperative di comunità il cittadino da utente del servizio diviene proprietario, socio della cooperativa, coinvolto direttamente nella produzione del servizio. La forma cooperativa, infine, in virtù dell’indivisibilità del patrimonio tra i soci e dei limiti esistenti alla remunerazione del capitale può garantire meglio di altre forme di impresa gli interessi dei cittadini e delle generazioni future nella gestione dei servizi pubblici locali.

Esemplare in questa prospettiva è l’esperienza della cooperativa E-WerkPrad di Prato allo Stelvio, un piccolo comune dell’Alto Adige, costituita nel 1926, che oggi associa circa 1200 cittadini e produce e distribuisce energia e calore utilizzando un mix di fonti rinnovabili, generando un vantaggio ambientale per la comunità ed un vantaggio economico per i cittadini che realizzano un significativo risparmio sulla bolletta energetica.


I beni comuni diffusi

L’Italia è ricca di beni culturali ed ambientali inutilizzati, vecchie fabbriche dismesse, cinema e teatri abbandonati, stazioni e case cantoniere non più utilizzate, beni confiscati alle mafie da riutilizzare con fini sociali. Questi beni possono essere rigenerati dai cittadini attivando un circolo virtuoso che integra partecipazione civica e nuovi percorsi di sviluppo locale, le cooperative di comunità posso rappresentare lo strumento a disposizione dei cittadini attivi per la gestione imprenditoriale dei beni comuni, in modo da realizzare gli investimenti necessari per il recupero o la valorizzazione del bene, creando nuove opportunità di lavoro e garantendo una governance dell’impresa aperta e democratica.

In questa prospettiva le cooperative di comunità possono essere gli attori che, partendo dai beni rigenerati o da rigenerare, promuovono lo sviluppo economico e sociale di una comunità riuscendo ad attivare e coordinare risorse private di mercato, risorse pubbliche e risorse comunitarie. Fanno parte di quest’ultima categoria beni, servizi, lavoro e risorse economiche apportate dai cittadini alla cooperativa di comunità a titolo gratuito o ad un prezzo inferiore a quello di mercato.

Un esempio in tal senso è rappresentato dalla riqualificazione di uno storico cinema della città di Perugia, chiuso da oltre 14 anni, realizzato dalla cooperativa Anonima Impresa Sociale attraverso un percorso di partecipazione e coinvolgimento dei cittadini a cui è stata offerta la possibilità di sostenere il progetto trasformandosi da spettatori in finanziatori e soci della cooperativa. Oltre 700 cittadini hanno sostenuto il progetto e circa 100 sono divenuti soci della cooperativa.


Una strategia nazionale per i beni comuni

Il tema dei beni comuni ci può aiutare a re-immaginare le traiettorie di sviluppo della nostra società per i decenni futuri spingendoci a ricercare soluzioni alternative alle tradizionali soluzioni pubbliche o private di mercato.

Per realizzare questo obiettivo serve una grande strategia nazionale per i beni comuni che partendo dalle esperienze già esistenti in Italia ed all’estero crei le condizioni giuridiche, economiche e finanziarie per lo sviluppo su larga scala delle iniziative imprenditoriali dei cittadini attivi e delle comunità di utenti e lavoratori. In questo modo si potrebbero attivare importanti professionalità competenze ed energie presenti della società ed ingenti investimenti privati da impiegare sia nel recupero dei beni comuni diffusi che nell’adeguamento delle grandi infrastrutture come ad esempio gli acquedotti, necessarie per gestire in modo efficiente, efficace ed equo alcuni importanti servizi pubblici come quello idrico.


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