Giulia Galera presenterà i risultati della nuova edizione della mappatura europea sull’impresa sociale realizzata dalla Commissione Europea a Bratislava il 30 novembre. (Scopri di più su: Euricse.eu)

I risultati dell’indagine “Social enterprises and their eco-systems: A European mapping report”, supervisionata da Carlo Borzaga e coordinata da Euricse insieme alla Rete europea EMES per conto della Direzione Generale Occupazione, Affari Sociali e Inclusione della Commissione Europea, saranno presentati a Bratislava il 30 novembre in occasione della conferenza internazionale sull’economia sociale organizzata durante la presidenza slovacca del Consiglio dell’Unione Europea.

A presentarli ci sarà la ricercatrice di Euricse Giulia Galera da anni impegnata nello studio delle imprese sociali da un punto di vista comparato e internazionale, che ha seguito il progetto, collaborando alla stesura sia del report europeo, sia del report nazionale sull’Italia.


Perché questo studio dopo solo due anni dal primo? Che cambiamenti ci sono in atto perché la commissione ritenesse necessario aggiornarlo?

Quello dell’impresa sociale è un tema importante che attira sempre più attenzione dei policy maker a livello europeo, nazionale e locale. Di qui l’importanza di fotografare il fenomeno attraverso un’analisi europea che fosse rigorosa da un punto di vista scientifico e potesse fornire utili spunti di riflessione al dibattito in corso su come definire e sostenere le imprese sociali in un’ottica europea.


Descrivici brevemente la metodologia che avete usato

Si è trattato tecnicamente di aggiornare 7 studi nazionali, che erano stati realizzati nell’ambito della prima mappatura, e individuare le principali linee evolutive dell’impresa sociale a livello europeo. La novità è stata la predisposizione di una piattaforma online che ha consentito di coinvolgere i principali stakeholder dell’impresa sociale a livello nazionale in un processo di consultazione della durata di due mesi. Rispetto alla prima edizione dello studio, i ricercatori sono stati dotati di linee guida più complete su come identificare le organizzazioni che appartengono all”universo” dell’impresa sociale in ciascun paese, coglierne le linee evolutive e analizzarne l’ecosistema. A questo proposito, le organizzazioni riconducibili alla definizione di “impresa sociale”, così come concettualizzata dalla Social Business Initiative, sono state chiaramente distinte dalle iniziative di “imprenditorialità sociale”, ovverosia da tutte quelle esperienze imprenditoriali a vocazione sociale che pur svolgendo una funzione sociale e/o ambientale importante non mettono in discussione il perseguimento di finalità di lucro e non sono contraddistinte da una governance inclusiva. Ciò ha consentito di riportare l’attenzione su una molteplicità di iniziative che erano state precedentemente trascurate e, in alcuni casi, ignorate a vantaggio delle organizzazioni che sono formalmente riconosciute come imprese sociali dalle politiche.

Nel report europeo abbiamo cercato di analizzare il fenomeno dell’impresa sociale partendo dalle sue radici, che affondano nella storia dei paesi analizzati, e dai principali fattori che ne influenzano le linee evolutive. Particolare attenzione è stata quindi rivolta ai diversi elementi che compongono l’ecosistema dell’impresa sociale: da un lato le politiche pubbliche preposte a riconoscere, normare le specificità e supportare la replicabilità delle imprese sociali, dall’altro lato la capacità di auto-organizzarsi dei singoli cittadini, che a sua volta spiega la nascita e lo sviluppo di queste imprese dal basso.


Come interpreti questa accelerazione nello sviluppo del fenomeno in tutta l’Europa?

Non credo si tratti solo di un’accelerazione nello sviluppo. Credo ci sia una maggiore attenzione e sensibilità rispetto al passato. C’è la volontà di dare un nome e riconoscere il ruolo fondamentale ricoperto da organizzazioni spesso invisibili, in particolare nei paesi dove il fenomeno dell’impresa sociale è ancora ad uno stadio embrionale di sviluppo e spesso è identificato esclusivamente con alcune specifiche tipologie, tra cui in primis le imprese sociali di inserimento lavorativo.


Come descriveresti la situazione in Italia?

Lo studio nazionale ha consentito di aggiornare i dati statistici e di distinguere più chiaramente le organizzazioni che presentano le caratteristiche dell’impresa sociale da quelle iniziative, certamente più fluide e in movimento, che sono riconducibili all’imprenditorialità sociale. Lo studio si è altresì soffermato sulle dinamiche evolutive e sulle principali sfide che le diverse tipologie di imprese sociali (associazioni, cooperative sociali di tipo A, cooperative sociali di tipo B, e imprese di capitali) saranno chiamate ad affrontare nel prossimo futuro.

È emerso come accanto ad alcune dinamiche isomorfistiche che hanno indotto molte imprese sociali ad assumere stili e comportamenti organizzativi tipicamente pubblici, ve ne sono altrettante che spingono verso una maggiore partecipazione della comunità e l’affermazione di istanze di giustizia sociale a vantaggio delle categorie più deboli della società, spesso ignorate e non sufficientemente tutelate dalle politiche pubbliche.


Come ricercatrice che da ormai decenni segue lo sviluppo di questo settore a livello europeo, ci elenchi elementi chiave che permettono alle imprese sociali di esprimere il loro potenziale.

Penso sia importante che il processo di convergenza definitoria, in corso a livello europeo, possa arrivare a maturazione in particolar modo nei paesi dove prevale tuttora uno stato di confusione concettuale che impedisce di identificare con chiarezza il fenomeno misurarne la rilevanza. È altresì importante riconoscere adeguatamente il ruolo chiave svolto dalle imprese sociali nel sostenere lo sviluppo economico, creare nuova occupazione e migliorare il benessere delle comunità locali. Credo che le politiche dovrebbero promuovere e valorizzare in primo luogo la capacità delle imprese sociali di rispondere ai diversi bisogni che emergono localmente, valorizzandone l’ancoraggio comunitario e la natura inclusiva. Per consentire alle imprese sociali di esprimere appieno il loro potenziale è inoltre importante investire nella formazione degli imprenditori sociali affinché cresca in essi da un lato la consapevolezza circa le specificità di queste imprese, ad esempio rispetto agli strumenti di management e ai modelli di governance che dovrebbero adottare, e dall’altro essi possano superare alcuni pregiudizi culturali, che spesso impediscono alle nonprofit tradizionali di evolvere verso un modello imprenditoriale.

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