Vi riproponiamo questo interessante articolo della nostra collaboratrice Stefania Toaldo, che è stato ripubblicato di recente da EconomyMagazine.it.

“Non riusciamo a trovare personale che decida di lavorare per la nostra organizzazione. Vengono a fare il colloquio, sembrano interessati, si presentano per fare il periodo di prova e nel migliore dei casi dopo averlo concluso, decidono di non confermare e nel peggiore dei casi spariscono dopo qualche giorno”.

Quante volte avete sentito questa affermazione o di simili, soprattutto in quest’ultimo periodo? Le persone il più delle volte, registrano il sintomo e tendenzialmente producono delle lamentele che non fanno altro che alimentare la convinzione che la responsabilità di ciò che accade, dipenda esclusivamente da condizionamenti esterni all’organizzazione.
Se provassimo a trasformare queste affermazioni in domande cambierebbe la prospettiva, potremmo cominciare a voler cercare le risposte a queste domande e ci sarebbe molto più chiaro che molte delle cose che accadono dipendono da noi e se non dipendono totalmente da noi, dipende da noi come affrontarle.

Marisa, Responsabile delle Risorse Umane e Francesca la sua assistente lavorano da molto tempo in un’organizzazione medio grande e le incontro due volte l’anno per parlare delle loro attività di CSR, infatti la loro organizzazione, da che ho memoria, è impegnata sul territorio e sostiene progetti rivolti a persone con disabilità.
Durante l’ultimo colloquio, mi sono trovata, come spesso accade, a scambiarci opinioni in merito al contesto generale, delle varie opportunità che offre il mercato, delle inesistenti politiche economiche del nostro paese, delle difficoltà dell’organizzazione in merito all’aumento delle materie prime e dell’energia.
Mentre parlavamo di questi temi ho notato un’ombra sul volto di Marisa e le chiesi: “Marisa dalla tua espressione, percepisco della tensione, preferisci che ci vediamo in un altro momento? Vuoi terminare le tue faccende?”.
Lei con la sua solita gentilezza mi rispose: “No, assolutamente mi distendo quando parlo di questi temi, mi distrae dai pensieri, dalle problematiche che ho con il personale che non trovo, mi chiedo se nessuno ha più bisogno di lavorare in questo paese? I candidati si presentano e se ne vanno, spesso senza spiegazioni o al massimo mi rispondono che il lavoro piace ma che non è il loro ambiente. In aggiunta, adesso, hanno cominciato anche a licenziarsi dei collaboratori che lavorano qui da molto tempo. Mi pare che nessuno sia più grato di avere un lavoro, mi sembra che i giovani non abbiano voglia e non amino i sacrifici. Lo so che il lavoro in fabbrica può essere anche faticoso, gli orari, i turni, gli straordinari magari di sabato e domenica. Non so più che cosa pensare”

Nell’ascoltare le sue parole e nell’osservare la sua espressione, percepivo molta sofferenza e disagio, aveva appena avuto uno sfogo che mi dava l’opportunità di condividere con lei la mia opinione su questo fenomeno sempre più diffuso. Quindi le chiesi se potessi darle un feedback che per quanto parziale, voleva essere solo un modo per offrirle un’altra chiave di lettura.
Marisa, con evidente piacere, mi diede il permesso.

“Lavorando con molte organizzazioni rilevo che spesso sono sprovviste di una buona e giusta causa, non trasmettendola di generazioni in generazione se la sono persa per strada o magari non si sono mai rese conto che in realtà, non era mai stata ben definita e confusa con gli obiettivi. Nella peggiore delle ipotesi copiata così da essere percepita come finta”. 
A quel punto avevo tutta l’attenzione di Marisa che mi chiese: “ma come deve essere una buona e giusta causa? Noi abbiamo la nostra mission ma sembra non bastare, non saprei nemmeno ripetertela in questo momento, dovrebbe essere scritta da qualche parte, sicuramente una parte è riportata in ingresso sul muro ma non saprei ripetertela”.

Sentivo che cominciava a percepire quello che intendevo ma volevo lasciarla con una mia riflessione, una nuova chiave di lettura: “Credo che una giusta causa debba essere per qualche cosa di positivo e ottimista, aperta a tutti coloro che vogliano contribuirvi, volta al beneficio primario degli altri, in grado di fare fronte ai condizionamenti esterni che essi siano politici, culturali, economici, tecnologici. Deve essere grande, coraggiosa e un pochino irraggiungibile. Deve essere trasmessa quante più volte possibile, come una preghiera, un mantra e non solo verso l’esterno ma soprattutto all’interno dell’organizzazione. Deve essere vissuta coerentemente a costo di dire dei sonori no”.

Avere una buona e giusta causa attira le persone nella nostra organizzazione, fa venire voglia loro di restare e di crederci, le muove all’azione, motiva le fatiche che spesso non sono nemmeno ripagate economicamente. Essa potrebbe fare rinunciare ad una retribuzione più alta in un’altra organizzazione, stimola la creatività, la capacità di problem solving e lo spirito critico dei collaboratori, avvicina partner e finanziatori del nostro stesso calibro, i clienti si fidano, si affezionano, i donatori donano tempo beni servizi, relazioni per la nostra buona causa e non solo per i servizi che facciamo.  

Questa storia è realmente accaduta, ho solo modificato i nomi dei protagonisti e non ho volutamente fatto il nome dell’organizzazione. Per me è stata un mezzo per esporre quest’ultimo concetto che racchiude i 5 requisiti base che caratterizzano una giusta causa.
Il più importante e complesso strumento da mettere a punto per comunicare la giusta causa è la giusta causa stessa. 

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