Lo scorso 6 ottobre si è celebrata la Giornata europea del Caregiver, un'occasione per accendere i riflettori su chi, nel silenzio delle proprie case, dedica tempo, energie e salute all'assistenza di un familiare anziano, disabile o gravemente malato. In Italia parliamo di un vero e proprio esercito invisibile: oltre 12 milioni di persone offrono supporto gratuito a parenti e amici, e tra questi ben 4,4 milioni sono caregiver conviventi a tempo pieno. Nel contesto delle patologie oncologiche e croniche, l'impegno si trasforma in un carico fisico, emotivo ed economico sfibrante che dura anni, diventando la vera e unica rete di protezione sociale del Paese.
Il peso di questo pilastro del welfare ricade ancora oggi in prevalenza sulle spalle delle donne. È il fenomeno della "generazione sandwich": donne tra i 45 e i 64 anni stritolate dalla necessità di accudire contemporaneamente i genitori anziani non autosufficienti e i figli che restano in casa più a lungo. Se gli uomini vengono spesso coinvolti nella gestione logistica o nei trasporti, alle donne spetta l'assistenza diretta e continuativa, dall'igiene personale alle terapie. Il risultato è una rinuncia forzata alle proprie ambizioni professionali, tra richieste di part-time e abbandoni del lavoro, col rischio costante di scivolare nell'isolamento sociale e nel burnout.
La vera nota dolente della situazione italiana resta il vuoto normativo. Nonostante il contributo dei caregiver sia essenziale per la tenuta del sistema sanitario e sociale, manca ancora una legge quadro nazionale che li riconosca e li tuteli davvero. Qualcosa sembra muoversi con il disegno di legge 2789 in discussione alla Camera — che punta a introdurre canali prioritari per lo smart working, orari flessibili e maggiori tutele —, ma l'attesa per un riconoscimento giuridico e per veri servizi di supporto resta estenuante. In un Paese che invecchia a ritmi record, dove si stima che entro il 2050 oltre il 35% della popolazione avrà più di 65 anni, continuare a ignorare chi si prende cura degli altri non è solo ingiusto: è una miopia sociale che non possiamo più permetterci.
