Nel quotidiano di un Ente del Terzo Settore capita spesso di usare “identità”, “immagine” e “reputazione” come fossero la stessa cosa. In realtà sono tre dimensioni diverse, anche se strettamente collegate.
Confonderle non è un dettaglio teorico ma un rischio concreto, perché chi ti sostiene (donatori, aziende, istituzioni, cittadini), raramente può “verificare” ogni giorno l’impatto del tuo lavoro. Decide in base a ciò che capisce di te, a come ti presenti e alla fiducia che riesci a trasmettere nel tempo. E qui entra in gioco il brand: non come “logo”, ma come insieme di significati, percezioni e promesse che la tua organizzazione porta con sé.
Identità: chi sei davvero, prima ancora di comunicarlo
L’identità è la tua… “carta d’identità”: ciò che sei, ciò in cui credi e perché esisti. È l’insieme di:
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Missione (il cambiamento che vuoi generare).
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Valori (il modo in cui scegli di agire).
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Visione (dove vuoi arrivare).
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Storia (quella tua e solo tua).
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Personalità (tono, stile, approccio).
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Scelte concrete (priorità, servizi, relazioni, confini).
In altre parole: l’identità è ciò che siamo davvero, nei processi interni, nelle scelte strategiche e nel modo in cui trattiamo beneficiari, volontari e sostenitori. Se l’identità è solida, diventa più facile dire “no” a progetti incoerenti, scegliere i partner giusti e costruire messaggi riconoscibili. Se invece è confusa, anche la comunicazione più “bella” rischia di suonare vuota. E un brand senza identità è solo una confezione.
Immagine: come appari agli occhi degli altri
L’immagine è la proiezione esterna dell’identità in un momento preciso. È ciò che le persone vedono attraverso strumenti di comunicazione come, ad esempio: il sito web, i post social, le campagne di raccolta fondi, i materiali informativi, il modo in cui rispondi alle email, l’estetica del marchio. Se l’identità è l’essere, l’immagine è l’apparire. Il problema nasce quando le due cose non coincidono e si crea un pericoloso corto circuito. Se comunichi innovazione, ma dentro l’organizzazione i processi sono lenti e burocratici, chi ti guarda lo percepisce come mancanza di autenticità. Se comunichi accoglienza e spirito di squadra, ma dipendenti e collaboratori sono scontenti e lo fanno trapelare (passaparola, commenti sui social,…), fuori racconti un “noi” forte, ma dentro manca fiducia: e la reputazione si indebolisce. L’immagine è importante perché alza (o abbassa) la soglia di attenzione: se non comunichi bene, molti non arrivano nemmeno a capire cosa fai davvero. Ma l’immagine non può sostituire l’identità: può amplificarla, non inventarla. Nel non profit, questa differenza è decisiva per costruire un brand credibile.
Reputazione: il capitale invisibile che genera fiducia
A differenza dell’immagine, che può essere costruita “a tavolino” (anche con il supporto di una buona agenzia), la reputazione non è sotto il nostro controllo diretto. È il giudizio che il pubblico matura nel tempo sulla coerenza tra ciò che prometti (immagine) e ciò che sei e che fai davvero (identità). Nel Terzo Settore la reputazione è la moneta con cui “si compra” fiducia: si costruisce in anni di lavoro trasparente e si può perdere in pochi minuti. La reputazione nasce da:
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Continuità e coerenza.
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Qualità del lavoro e delle relazioni.
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Affidabilità nella gestione (anche economica).
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Capacità di mantenere le promesse.
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Trasparenza nei momenti difficili.
Nel fundraising questo è evidente: spesso una donazione (o una partnership) arriva perché qualcuno pensa: “Di loro mi fido”. E la fiducia non si compra con una singola campagna: si costruisce con comportamenti ripetuti, nel tempo. Ecco perché la reputazione è una parte fondamentale del brand.
Perché le confondiamo così spesso
Molte organizzazioni mescolano questi tre piani perché cercano una scorciatoia. Ed è comprensibile: tempo poco, risorse limitate, urgenze continue. Così succede che:
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Parliamo di “reputazione” quando in realtà intendiamo “visibilità”.
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Cambiamo il marchio per “rinnovarci” senza aver chiarito cosa vogliamo diventare.
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Inseguiamo “il post virale” quando il problema è una storia poco chiara o incoerente.
Se lavori in comunicazione o fundraising, non distinguere questi livelli significa navigare a vista. Se calano le donazioni, il problema è di immagine (non ci capiscono?), di reputazione (non si fidano?) o di identità (abbiamo perso la bussola della missione?) Capire dove intervenire è la differenza tra sprecare budget e costruire valore. In fin dei conti, la regola è semplice: l’identità guida, l’immagine traduce, la reputazione conferma. E tutto insieme fa brand.
Tre esempi tipici… ti ci riconosci?
“Non ci conosce nessuno” Spesso, approfondendo, emerge che l’offerta è complessa e la missione non è raccontata in modo comprensibile. Qui non è (solo) un tema di immagine: è un tema di identità che non riesce a diventare racconto.
“Dobbiamo rifare il sito” Può servire, certo. Ma se mancano messaggi chiari, target definiti e una direzione (cosa vuoi che la persona faccia dopo aver letto?), il nuovo sito diventa solo una vetrina moderna di una identità confusa.
“Abbiamo avuto una criticità: dobbiamo recuperare reputazione” In questi casi la grafica conta poco. Serve trasparenza, ascolto, comunicazione responsabile e coerenza tra parole e azioni. È così che si cura un brand quando viene messo alla prova.
Identità, immagine e fundraising: l’effetto domino
Nel fundraising questi tre livelli si vedono benissimo:
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Se l’identità è chiara, sai quale causa difendi e a chi chiedere supporto.
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Se l’immagine è curata, rendi facile capire e aderire (donare, firmare, partecipare, attivarsi).
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Se la reputazione è forte, le persone ti scelgono anche quando non sei “di moda” e restano con te nel tempo. Per questo lavorare sul brand nel Terzo Settore non è estetica: è strategia di sostenibilità.
La metafora dell’albero
Immagina la tua organizzazione come un albero:
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L’identità sono le radici, invisibili ma vitali.
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L’immagine è la chioma, ciò che attira lo sguardo e racconta vitalità.
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La reputazione è il frutto, quello che gli altri colgono e “assaggiano”.
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Il tronco è la struttura solida dell'ente (l'organizzazione, il personale, la sede).
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I rami sono i singoli servizi o progetti (es. l'assistenza domiciliare gratuita, il centro diurno per persone con disabilità,…). Per avere frutti buoni, non basta curare le foglie (chioma): bisogna nutrire le radici e garantire che tutto l’albero stia in salute. Così funziona anche un brand che regge nel tempo.
Un mini-check per capire da dove partire
Prova a rispondere al volo (senza pensarci troppo):
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In una frase: che cambiamento generiamo e per chi?
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Se una persona visita il nostro sito per 60 secondi: capisce cosa facciamo e cosa può fare (donare, volontariato, 5x1000, contatto)?
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Se chiedessi a 5 persone esterne di descriverci: direbbero cose simili o molto diverse?
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Quando promettiamo qualcosa (impatto, risultati, tempi): riusciamo a dimostrarlo?
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Il nostro stile (foto, tono, parole): rispecchia davvero i nostri valori? Se hai risposto “dipende” a più di una domanda, non è un problema: è un punto di partenza. Significa che identità, immagine e reputazione non sono ancora allineate e quindi anche il brand può risultare “sfocato”.
Cosa fare (in ordine): allineare, tradurre, consolidare
Un percorso efficace, quasi sempre, segue tre mosse:
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Allineare l’identità: missione, valori, posizionamento, promesse, priorità.
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Tradurre in immagine: messaggi, tone of voice, strumenti, contenuti, stile visivo.
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Consolidare la reputazione: coerenza nel tempo, prove di impatto, trasparenza, relazioni. Quando invertiamo l’ordine (prima estetica, poi strategia), finiamo per “rifare” continuamente senza costruire basi solide. E il brand resta un’etichetta, non una relazione.
Vuoi capire come costruire un brand che parla al cuore dei donatori? Se ti sei riconosciuto anche solo in uno degli esempi sopra, allora questo è il momento giusto per fare ordine. Nel corso “Non è solo un logo: costruiamo un brand che parla al cuore dei donatori” lavoriamo insieme per distinguere identità, immagine e reputazione e trasformare questi concetti in scelte pratiche di comunicazione e fundraising. Perché un brand efficace nel Terzo Settore non serve a “fare bella figura”: serve a farsi capire, farsi ricordare e soprattutto meritare fiducia. E la fiducia è ciò che muove le persone a donare, restare, parlare bene di noi e sostenerci nel tempo. Se vuoi iniziare a costruire (o riposizionare) il brand della tua organizzazione con un approccio concreto, strategico e coerente con i valori del non profit, questo corso è pensato per te.
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